SMART WORKING: OSTACOLO O OPPORTUNITÀ?

Parto dalla mia esperienza personale per affrontare un tema che è balzato agli onori delle cronache assieme all’emergenza causata dalla sindrome influenzale da SARS-CoV-2 e cioè lo smartworking. È capitato anche a me di lavorare da casa, avendo tutti gli strumenti per farlo. Se da un lato c’era il fatto di non avere i colleghi con cui confrontarsi faccia a faccia e nessuno con cui fare la pausa caffè, dall’altro c’era sicuramente il risparmio di ben due ore (una all’andata e una al ritorno) sui mezzi pubblici per andare e venire da lavoro, il risparmio economico per il trasporto, il pranzo e le (innumerevoli) pause caffè e, in generale, una maggiore autonomia organizzativa che mi permetteva di coniugare lavoro e casa. Se si allarga il discorso alle coppie sposate con figli piccoli, lo smart working prende una piega ancora più significativa. Ma in Italia qual è lo stato dell’arte del ‘lavoro agile’?

Partiamo dalle basi. Lo smart working non si può ovviamente applicare a tutti i tipi di lavoro ma si coniuga bene per quelli cui basta un PC, una connessione Internet e un telefono con cui riuscire a conversare con i clienti o i colleghi di altre filiali. Alla base dello smart working c’è sostanzialmente uno scambio: massima libertà organizzativa in cambio di risultati proficui. I vantaggi riguardano la libertà personale e organizzativa, i risparmi sui costi di benzina e trasporto e quelli di eventuali baby sitter e asili nido.

In Italia, lo smart working è regolato dalla Legge 81/2017 che prevede la stipulazione di un accordo dettagliato fra il lavoratore e l’azienda in cui siano specificati tempi e modi di utilizzo degli strumenti che permettono il lavoro da remoto (portatili, tablet, smartphone ecc.). La legge garantisce agli smart workers parità di trattamento economico e normativo (anche in caso di infortuni e malattie) rispetto ai lavoratori per così dire tradizionali. L’accordo, per essere effettivo, deve essere registrato sul portale del Ministero del Lavoro. Alcuni grandi brand (Unicredit e Generali per es.) hanno avviato modalità di smart working raggiungendo il 60-70% di impiegati attrezzati per lavorare da casa. E anche alcune pubbliche amministrazioni stanno sperimentando opzioni di smart working, come l’ufficio del Catasto a Torino che ha avviato con successo il progetto di edilizia agile.

In Italia lo smart working riguarda 570mila persone pari al 58% delle aziende italiane, un dato che aumenta del 20% rispetto al 2018, secondo i dati dell’Osservatorio Smart Working della School of Management del Politecnico di Milano. Nonostante i buoni risultati, l’Italia risulta sotto la media europea. Negli Stati Uniti molti lavoratori dei grandi marchi digital e tech (Microsoft, Google, Apple ecc.) sono smart workers; in Europa, soprattutto negli Stati del Centro e Nord Europa, lo smart working è particolarmente diffuso.

Secondo i dati dell’Osservatorio, le aziende italiane che hanno avviato progetti di smart working hanno ottenuto risultati positivi in fatto di soddisfazione personale e aziendale: il 76% degli smart workers si è detto soddisfatto del proprio lavoro; uno su tre si sente pienamente coinvolto nella realtà in cui opera e ne condivide valori, obiettivi e priorità contro il 21% dei lavoratori ‘tradizionali’. Non solo, gli smart workers sarebbero anche più responsabili rispetto agli obiettivi aziendali e personali, rispetto l’organizzazione delle attività lavorative e si adattano meglio nel bilanciamento tra attività digitali e strumenti tradizionali di collaborazione. Per quanto riguarda le aziende, esse registrano un miglioramento nella produttività, una riduzione dell’assenteismo e una riduzione dei costi per gli spazi fisici di lavoro. La riduzione degli spostamenti verso il posto di lavoro sono salutari anche per l’ambiente: meno 135kg di emissioni inquinanti all’anno.

Ma se i risultati sono tali, come mai c’è così tanta riluttanza ad avviare questa pratica di lavoro? In testa c’è sicuramente la mancanza della cultura aziendale da parte dei manager secondo cui il lavoro da casa produrrebbe meno del lavoro in azienda. Poi ci sono di sicuro fattori ‘ambientali’ come il non riuscire a capire il clima che si instaura durante una riunione o non riuscire a captare i desiderata di un cliente non parlandoci di persona. In ultimo, un aspetto affatto secondario, e cioè la solitudine casalinga: in questo caso, la mia esperienza suggerisce che si può optare per il lavoro in spazi di co-working, caffetterie, bar anche meglio se ci si va con i colleghi.

Al di là della casistica degli ultimi giorni, il lavoro agile è sicuramente un’opportunità sia per i lavoratori che per le aziende e per l’ambiente per questo le aziende dovrebbero attivare modalità di smart working che superino i casi di emergenza e ne facciano pratica quotidiana.

Francesca Magurno

Detta FraMagu, giornalista di professione, narratrice per vocazione, ideatrice di LiberEspressioniDidee e Co-Founder di Noiser.net. Dopo un proficuo stage a Controradio ha iniziato a lavorare per l’inossidabile Radio CORA dove ha affinato la sua spiccata parlantina e la sua professionalità. Disperata. Intellettuale. Ubriacona. Ininfluencer. Ama la vita, la musica, i libri, il mare e il caffè. Un giorno racconterà il mondo, girandolo con diario di bordo e vecchia macchina fotografica. Per il momento si accontenta di raccontare… (a vanvera).

Non perderti gli articoli correlati

Iscriviti alla nostra newsletter periodica per
ricevere i nostri aggiornamenti via mail!